La dodicesima notte. Racconto

<< Il crepuscolo colora il cielo di piombo. Non piace ai piccioni, che si assiepano fuori dal vetro sporco, fantasmi rugosi di una Milano che non c’è più …>> Ho scritto il racconto “La dodicesima notte” per partecipare al Concorso  “70 ore nel futuro” indetto dall’associazione Karemaski.

Di seguito l’incipit di Nicoletta Vallerani  (che era stato dato nel concorso per costruire il racconto) e una breve parte del seguito del racconto che ho scritto. L’immagine è uno scatto originale, di un servizio realizzato dal bravo fotografo Giuseppe Grasso (giuseppegrasso.net) ma l’ho utilizzata perché quando l’ho vista mi è parsa perfetta per come mi immaginavo il personaggio di Olivia.

Hanno perso le piume dopo l’ultimo uragano nucleare. Non sono morti. Non siamo morti noi. Decimati, questo sì. Ma non morti. Lo avremmo meritato, credo. Ma non è su questa baase che la natura decide: mai stata meritocratica, piccolo. E ricordatelo, perché un giorno ti servirà. Mi guardo allo specchio. Riprendo il lavoro. I capelli cadono come neve color sangue. Il lavandino ne è colmo. Rossa bambagia che segna il tempo che ho avuto per me, e la sua fine. La passione è terminata, piccolo. Troverai un’altra donna quando verrai al mondo. Una contrazione mi serra i muscoli, il rasoio scivola, disegnando un’onda nella mia strana acconciatura a metà. Mi piego, aspetto, torno ad alzarmi. Spingo via un pensiero molesto, un volto che forse ho amato, ma che già sfuma tra i ricordi che non voglio avere. Cancello il dolore con cura meticolosa. Un colpo. Due. Tre. Getto via la spugna. Riprendo il lavoro col rasoio. Tagliare i capelli. Scoprire la pelle. Stai fermo ancora un minuto. Dammi il tempo di completare quel che ho iniziato, con la mia testa e il mio corpo. Lo specchio mi restituisce i miei occhi stanchi, piccole luci azzurrate in questa giornata che si spegne. Io sono questa. Olivia. 

Ancora qualche piccolo semplice gesto per lasciarmi alle spalle quella che è stata la mia storia.  Forse manca poco. Tu verrai al mondo e sarà come un segno. Una nuova possibilità. Scendo lentamente le scale di questo squallido albergo a ore. Lascio sul bancone quello che devo, indifferente ed esco nella pioggia che cade sporca su quello che resta della mia città. Le gocce che cadono dal cielo, nonostante tutto, sono come un lavacro lustrale. Un battesimo sulla mia testa. Ma ci sono state altre me. Che hanno percorso altre strade.

-Ragazzina- mi disse con quel suo modo di fare quasi paternalistico e quel suo accento strano che non riconobbi.

-Dicono che ci sai fare e sei veloce con quell’affare_

Lo guardavo accovacciata sul sagrato di quella che era stata una chiesa. O almeno così dicevano, ma che ora era solo un posto per dormire al coperto. Uno come ce ne sono tanti. Avevo il mento appoggiato sulle gambe e la mia lingua passava avida sulla lama del coltello. Mentre lo fissavo a domandarmi chi fosse, implicitamente sfidandolo.Con quell’aggressività incosciente per l’età e la paura, imparata presto nell’arte di sopravvivere nelle strade. Non risposi. Ma il mio inequivocabile interesse venne dal mio sguardo di bambina curiosa. Con lui percorsi gli anni che seguirono. Fidarmi e affidargli la mia vita mi sembrò l’unica cosa possibile. L’unica alternativa ragionevole  a quella che era stata la mia realtà sino ad allora. Il mio corpo, acerbo ma già desiderabile, l’unica moneta di cui disponevo. La desolante quotidianità del vagabondare. La solitudine persa in una folla di sbandati sopravvissuti, che senza ricordi o meta alcuna si muovevano da un luogo all’altro della nuova città. Milano. Scordate quello che pensate di sapere su di essa. Persino il suo nome sembra ora un buffo anacronismo. >> (continua)

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